mercoledì 5 aprile 2017

L'Italia che vorrei

Si leggono i giornali; si vede la TV; si ha a che fare con la politichetta di tutti i giorni, con i progetti cretini e le prese di posizione ancora più cretine dei vari illetterati e minus habens assortiti che inflazionano la ribalta politica e giornalistica della nostra sfortunata Patria; si va al lavorare avendo a che fare con personaggetti che non riescono a capire i propri interessi e della propria azienda e  figuriamoci quelli collettivi; si parla con la "ggente" per la quale se l'Italia è allo sfascio è colpa dello stipendio dei deputati.... insomma ci sporchiamo le mani (e le orecchie, e gli occhi) tutto il giorno.

Poi si torna a casa, ci si fa una doccia, ci si riveste con panni curiali, come diceva il buon Machiavelli, e da quel momento è lecito, anzi doveroso, concedersi quindici minuti di sogni ad occhi aperti; solo quindici però, non più di quelli,  perché altrimenti lo scoramento potrebbe prendere il sopravvento ed alterare le nostre onde cerebrali.

Forse è solo una forma di masturbazione, forse è attaccarsi ad una vana speranza per sopravvivere, ad un fantasma con il quale ingannare l'atroce realtà, ma forse, invece... forse chissà.

In quei quindici minuti infatti sogno l'Italia che vorrei e che, forse, un giorno potrebbe anche esserci.
Questa Italia che sogno io è fatta in un certo modo.

L'Italia che vorrei è popolata da italiani e non da italioti (per la differenza tra i due concetti, vedasi qui o anche qui, in medesimo testo). Italiani che siano ben consci del loro valore, e che lo coltivino, delle loro origini, e che le onorino, non a chiacchiere ma con i fatti.  E questo vuol dire operare per il progresso della propria gente: culturale, economico, tecnologico. Soprattutto quest'ultimo: perché la terra di Saturno, povera di risorse, va avanti e splende soltanto perché i suoi figli la fanno splendere, nulla è regalato, quindi deve venire prima di tutto il progresso tecnico e industriale, perché la forza di una nazione è la sua capacità di produrre e produrre all'avanguardia;

ma, soprattutto, l'Italia che vorrei è governata da uno stato che più possibile si avvicini all'idea di Patria: che valorizzi la cultura italiana in ogni sua forma, che spenda molto, moltissimo per la ricerca scientifica, che non lasci indietro nessuno ma senza regalare niente a nessuna camarilla e nessuna lobby,  dove vi sia massima attenzione allo sviluppo ma senza il feticcio del mercato, dove la proprietà privata e il principio di libera intrapresa non diventino sinonimo dell'odiato liberismo ma rientrino in un quadro di sviluppo nazionale programmato, dove insomma non si sprechino intelligenze, risorse, opportunità;

per ottenersi tutte queste belle cose tutta via ci sono dei presupposti imprescindibili: infatti nell'Italia che vorrei si è riscoperto il culto di Saturno e in generale la spiritualità degli antenati e, in modo inesorabilmente rapido, sta estinguendosi il cristianesimo, con tutto il suo portato di rinnegamento della natura umana,  sensi di colpa, buonismo cretino, preti che se non sono pedofili sono finocchi o comunque perturbatori dell'ordine sociale, affarismi, Comunione e Liberazione dei miei stivali, parrocchie che sono dei veri e propri centri di indottrinamento pagati dallo stato, e tutto il ciborio di dogmi incredibili affastellati l'uno sull'altro tipico di questa religione che è stato il peggior disastro mai accaduto a queste latitudini;

nell'Italia che vorrei si stanno pure estinguendo le fregnacce della sinistra e dei postcomunisti, parenti stretti delle fregnacce postcristiane di cui sopra, tra cui la punizione e il rinnegamento di tutto ciò che è maschio, bianco e occidentale, la punizione fiscale dell'imprenditoria, la promozione del  meticciato, la grande sostituzione, la subalternità a qualsivoglia potenza che si ritenga moralmente superiore: dal Vaticano agli USA alla UE (boni quelli...), il predominio culturale dell'interpretazione classista non solo della storia, ma di tutta la realtà sociale;

l'Italia che vorrei ha finalmente una politica estera basata sui propri interessi geopolitici ed economici e non sulla base di direttive di una qualche entità "superiore" (finalmente), ma mantenendo fede con serietà  agli impegni già presi (e finalmente pure qui);

nell'Italia che vorrei non c'è più nord o sud, non c'è questione meridionale o settentrionale, non c'è più campanile, se non che per le piccole cose, non c'è più l'idiozia che "tanto siamo già un miscuglio di razze", non c'è il settentrionale sborone né il meridionale piagnone, c'è solo la Nazione, la Nazione e basta e si riassume nel simbolo di nostro Padre Saturno e basta senza più alcun richiamo al fascismo o all'antifascismo o ai Savoia, o alla repubblica, E BASTA;  

l'Italia che vorrei  ha un esercito degno di questo nome;

l'Italia che vorrei è governata da uno stato dove chi viene eletto governa e decide, chiamatelo premierato o presidenzialismo o se vi pare chiamatelo pure Ernesto;

l'Italia che vorrei  ha un parlamento dove si parla poco, quanto basta a fare le leggi più importanti senza più questa fantasmagorica (quanto inutile e controproducente)  produzione legislativa di tipo fluviale fatta di provvedimenti - mostro in cui neanche i giudici o gli avvocati ci capiscono più un cazzo;

nell'Italia che vorrei i giudici si preoccupano di applicare le leggi in modo da dare certezze alla vita dei cittadini, senza giurisprudenze farneticanti o lunari e senza sprecare milioni del pubblico denaro per stabilire chi è andato a letto con chi e se ha pagato e se si quanto (ogni riferimento a fatti realmente accaduti  è puramente voluto);

l'Italia che vorrei è insomma un paese per italiani, che siano giovani o vecchi,  uomini o donne, dove i pochi e rari stranieri possano essere rimpatriati a discrezione delle autorità amministrative non appena rompono i coglioni a qualsiasi titolo....

...ma adesso purtroppo i quindici minuti sono scaduti...  Ho dimenticato qualcosa?

A presto, con un post sulle imminenti elezioni francesi.

Vale

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